30lug
2008
il barbiere di stalin
qui sotto, ho fatto solo un copia/incolla di un comunicato che mi arriva dalla Bocconi. mi sembra interessante riflettere sull’irresponsbilità del Barbiere di Stalin, quest’estate. forse è perché mi capita spesso di indignarmi quando qualcuno si scandalizza del sistema, senza capire che il più delle volte siamo i primi conniventi di quel sistena. il libro non l’ho letto ma me lo porto in vacanza. io credo molto nel fatto che le grandi scelte, le grandi politiche sono fatte dalla somma di tante piccole scelte, tante piccole prese di posizione. le nostre. e penso sempre che sia giusto cominciare da lì. e voi?
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Paolo D’Anselmi |
Il barbiere di Stalin, un artigiano georgiano come il suo capo, non si sentiva minimamente responsabile dei crimini del dittatore, pur servendolo fedelmente e rinunciando a “farsi giustizia con la lama”. Come lui, anche noi ci dichiariamo regolarmente innocenti pur flirtando ripetutamente con il male, o almeno con l’irresponsabilità sociale che caratterizza l’Italia.
Paolo D’Anselmi nel suo Il barbiere di Stalin. Critica del lavoro (ir)responsabile (Università Bocconi editore, 2008, 323 pagine, 16 euro) invita a interpretare la responsabilità sociale come una sommatoria di responsabilità individuali, prima di tutte la nostra, per evitare di ripetere, a posteriori, ”prendevo solo ordini” come i nazisti a Norimberga. Con un’operazione intellettualmente inedita, D’Anselmi reinterpreta la corporate social responsibility (dove in quel corporate non si ricomprende solo l’impresa, ma ogni genere di organizzazione, anche pubblica) come la disponibilità a dare conto del proprio lavoro. –br–E dà conto del proprio lavoro chi è esposto alla concorrenza, non lo fa chi dai venti della concorrenza è protetto da un ordine professionale, un monopolio, la natura del proprio contratto. Così D’Anselmi calcola che, dei 23 milioni di lavoratori italiani, 6,2 milioni (il 27%) rientrino nelle categorie protette, 16,8 milioni (il 73%) in quelle esposte alla concorrenza. Che la definizione regga lo dimostra la lettura dei bilanci sociali, idiosincraticamente scelti, di imprese private e organismi pubblici. Pur nell’indeterminatezza metodologica che contraddistingue un campo ancora in fieri, i tentativi delle imprese private sono qualitativamente superiori; i bilanci sociali di imprese monopolistiche e organismi pubblici zoppicano, sono troppo selettivi nella scelta dei pochi indicatori resi pubblici, non consentono quasi mai confronti.
“Cerchiano responsabili per costi sociali privi d’autore”, scrive D’Anselmi della propria opera, “abbiamo la fissa dei numeri, delle procedure. I consuntivi ci piacciono più dei piani, i dati storici più degli annunci”, e con la lente dell’analista, per tutto il libro, va alla ricerca di perle e patacche nella rendicontazione sociale, passando al setaccio, tra le molte altre, quelle di Fiat, Nike, Enel e Bnl e trovando le prime molto più interessanti delle ultime. Va alla ricerca di una cultura dell’attuazione, del fare ciò che si promette e del mostrare i risultati raggiunti, che troppo spesso pretendiamo solo dagli altri.
“Sarcastico, paradossale, irritante, politicamente scorretto; ma graffiante e intrigante a sufficienza per attirare sorpresa, attenzione e curiosità”, definisce il libro, nella postfazione, Toni Muzi Falconi.





